Poesia - Vento rosso. Inno al poeta.
Giugno 6, 2007
I. Alito flebile tossisce di pece e bestemmie
immobile
zoppica il debole respiro.
Spenta con l’ultima cicca,
la superbia di un tempo
inciampa con la lingua
bocca impastata
a pronunciare parole,
che non sa più dire.
Brucia il mozzicone,
monco del suo coraggio,
scappare o rincorrere
“ventorosso”un tempo una vita in fugaora non muove muscolo.
II. Rabbia esce dal mio secchio di latta,
rastrello faticosamente il foglio
cerco solchi,
a stendervi concime
e trovo sassi,
nodi al pettine
cartaterra arida
eppure suda.
Che non è facile,
che si incastrino parole
ma le sento inveire
vive mi entrano senza bussare,
cortesi e false a far da lacchè nella memoria
ai torbidi ricordi
di quel vento, che fu.
III. Creta e inchiostro nero plasmati dal genio
erba e terra si bagnano
e per lui fanno l’amore.
L’odore del sesso esplode nel bosco
la natura è in rivolta,
germogli di albero e steli di fiori di campo
proletari e senza nome
fluttuano come a fargli
una doverosa riverenza.
Vento di argilla,
plasma l’indeclinabile verbo del cielo
ferro incandescente il pennino
sputa inchiostro e la carta si infiamma
a lui si concede,
senza convenevoli.
Sabbie mobili
vaniglia di catrame
lo risucchiavano gli umani spiriti
tenendo tra le mani bianchi crisantemi
di sostantivi
stava dietro al feretro dei suoi schizzi violenti.
Sepolto il verso che sarebbe risorto
sedato e drogato di nevrosi e follia
Vento si addormiva sulla sua metrica insana
rivolta sublime della poesia tutta,
senza rime, con i denti spaccati,
nella bocca masticava virgole al whisky,
impastate di nicotina.
IV. Piombavano dal cielo i suoi versi,
scuoteva la terra,
facendo rima delle altrui paure,
che davano voce alle sue.
Steso sulle pietre
occhio di pavone
derubato dei colori
un tempo vide esseri camminare
uomini e ideali tenersi la testa tra le mani
pestati a morte dalle divise.
Chè ordine è bene,
come greggi di pecore,
testa bassa
belare o brucare,
tra fastidiosi tintinnii di campanelli.
Vento partoriva gridi e belati strazianti
madri di ogni ribellione
moltiplicava il disordine
e questo era male.
Sirene mute sul sangue
puzzo di punizione e castigo
colpevole o innocente
mai fu catturato
il ventotifone spezzò le manette,
lacci borghesi, corde di clichè.
Manganelli
le mani dei becchini
ridono del suo non morire,
aspettano il pallore e il cadavere sull’uscio
ma il vento sbatte le porte e non si fa vedere.
V. Oggi insano
vaneggia un motivetto
travestito da donna e da bambino,
da madre e da figlio
si impiastriccia di ombretto scuro
mentre cadono le ciglia
un’assurda alopecia della speranza.
Scendono lacrime che già conosce
spose sulla bocca a gettare fiori secchi.
La donna in piedi, ricurva nel suo scheletro
grida silenziosamente
con la bocca tappata
ribelle senza nervo
dejà vu di ciotoli e porfido
chiamando il ritorno dello spirito furioso
pacato di cielo e terra sospeso
isterico vento di incanti,
cognac, vomito, tra i bicchieri di malessere
ghiaccio e pasticche.
Ripensa al tempo in cui vento del suo nome
faceva battaglia,
del suo rosso faceva bandiera.
Era un omaggio all’agrifoglio,
al rosso delle arance porose negli agrumeti di Sicilia,
era un pizzo di sangue,
era rosso di roulette?
Le menti di carne ed ossa
sanno del vento che è soffio d’ aria
complice di amanti e api che impollinano margherite.
Loro sanno che è caldo e afoso
come alito d’aglio a infastidire quando è freddo.
Solo la donna sterno aperto,
spilli negli occhi a trattenerlo in vita
sa l’onomatopeica del vento
e getta l’ultima corda nel pozzo
disperato tentativo di salvare
l’uomo che sbranava tazzine
e dormiva su petali di sonnifero.
VI. Il vento fu
un guerriero a cercar pace
giusto scudo dei giusti,
vecchio pazzo
inseguiva più i sogni che le puttane,
ma fu fatto sputare,
salive e catarro di rimorsi.
Nessuno sa,
il vento ha cicatrici e ferite
Nessuno sa, ma il vento ha colore.
Il vento e’ rosso. E il rosso non muore.
Ipnotizzata dal dolore
la donna innamorata
taglia i suoi lunghi capelli di ebano
dono al maestro
poeta rinchiuso
punito e ingabbiato.
Lunghe ciocche cadono
autunno del cuore
sul corpo esanime di colui che fu
L’isterica forbice taglia e non si dà pace
riccioli corvini come atea offerta a Dio
rosario di spine
lei si stringe tra le spalle aguzze
e per la prima volta prega.
” Vento forte, vento rosso, vento di tramontana, vento di libeccio caduco
corteggiatore delle chiome dei piangenti salici accasciati sulle rive del Brenta,
prendi i miei capelli “
- lo stelo magro fissando la sua nuca,
mentre ventro spirava,
splendido e luminoso,
come fu il suo scrivere.

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